MARCHIO D’ORIGINE

MARCHIO D’ORIGINE: IPOTESI DI TUTELA DEL “MADE IN ITALY” E QUADRO NORMATIVO INTERNAZIONALE. LA PRIMA PRONUNCIA DELLA CASSAZIONE IN MERITO AL COMMA 49 DELL’ART. 4 LEGGE 350/2003  LE NUOVE DISPOSIZIONI INTRODOTTE DAL D.L. 14 MARZO 2005, N. 35
(anno 2005)


Avv. Nicla Picchi

Sommario: 1. Introduzione - 2. Origine doganale – 3. Marchio di origine – 4. Denominazioni di origine e indicazioni geografiche – 5. Marchi di qualità; marchi regionali – 6. Regole nazionali sul marchio d’origine: la posizione delle istituzioni comunitarie – 7. Il marchio di origine “Made in EU” – 8. La difesa del “made in Italy”: situazione attuale e ipotesi di nuove normative (a) Il provvedimento di applicazione dell’Accordo di Madrid e il fermo in dogana del falso “made in Italy”; (b) Le norme a tutela del “made in Italy” contenute nella legge 350/2003 (finanziaria 2004); (c) Il primo intervento interpretativo della Cassazione relativamente al comma 49 dell’art. 4 legge 350/2003; (d) Le nuove disposizioni introdotte dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35 (e) Le proposte di nuove normative – 9. Osservazioni conclusive

 

1. Introduzione

Negli ultimi anni la pratica dell’illegittima apposizione di marchi “made in Italy” o “Italy” su prodotti integralmente realizzati in Paesi extra-europei si è incrementata a livelli mai raggiunti prima, inducendo da più parti la richiesta di specifici interventi atti a contrastare il fenomeno.

Sulla scia di tali sollecitazioni, la legge  24 dicembre 2003 n. 350 (finanziaria 2004), oltre ad introdurre alcune misure finalizzate a potenziare la lotta alla contraffazione, dedica alcune previsioni (art. 4, commi 49, 51, 61) al tema del “made in Italy”, in primo luogo estendendo l’applicazione dell’art. 517 del codice penale (Vendita di prodotti industriali con segni mendaci) alle attività di importazione ed esportazione ai fini di commercializzazione di prodotti recanti la stampigliatura “made in Italy” benchè “non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine”, nonché di “prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza”.

Il comma 61 prevede inoltre, fra le azioni “a sostegno di una campagna promozionale straordinaria” a favore del “made in Italy”, anche“la regolamentazione dell’indicazione di origine o l’istituzione di un apposito marchio a tutela delle merci integralmente prodotte sul territorio italiano o assimilate ai sensi della normativa europea in materia di origine”.

Le misure ipotizzate dall’articolo richiamato si inseriscono nel quadro una complessa regolamentazione sovranazionale, e la loro ammissibilità deve conseguentemente essere attentamente valutata alla luce dei principi e delle regole che impegnano il nostro Paese.

Trattando del tema in esame, inoltre, si avverte l’esigenza di una preliminare ricognizione del corretto significato  di espressioni quali origine doganaleorigine commercialeindicazione di provenienza, spesso utilizzate in modo improprio.

 

2.  Origine doganale

Ciascun paese (o gruppo regionale, come nel caso dell’U.E.) è dotato di un insieme di regole (leggi, regolamenti, norme amministrative) volte a definire, ai fini doganali, il paese di origine delle merci oggetto di transazioni internazionali.

Le regole doganali sull’origine delle merci rivestono grande importanza nel commercio internazionale, è sulla base delle stesse che un determinato prodotto, proveniente da un determinato paese, si vedrà applicare un regime daziario in luogo di un altro. Uno degli accordi allegati al GATT è dunque interamente dedicato al tema delle regole d’origine (Agreement on Rules of Origin; AROO), con la dichiarata finalità di promuoverne l’armonizzazione, evitando al contempo che le stesse costituiscano degli ostacoli non necessari al commercio.

Per quanto concerne l’armonizzazione, l'Accordo prevede che il Comitato sulle Regole di origine dell’O.M.C.[1], in collaborazione con il Comitato Tecnico sulle Regole di origine in seno all'Organizzazione Mondiale delle Dogane, elabori un documento che definisca le norme relative. L’attività di armonizzazione, che nelle intenzioni avrebbe dovuto portare alla formulazione di regole comuni a tutti i paesi aderenti al GATT entro il 1998, ad oggi non ha ancora raggiunto l’obiettivo, a causa delle difficoltà di trovare l’accordo (in particolare tra Paesi ricchi di materie prime e Paesi trasformatori[2]) sull’individuazione delle fasi di produzione rilevanti per l’attribuzione dell’origine.

La mancata armonizzazione lascia quindi il campo, nel frattempo, all’elaborazione ed applicazione di regole di origine valide nei singoli Paesi o gruppi regionali (nel nostro caso, le regole U.E.) le quali, tuttavia, non potranno porsi in contrasto con i principi sanciti nell’Accordo, tra i quali il divieto di utilizzare le regole d’origine quali “strumenti volti a favorire, direttamente o indirettamente, la realizzazione di obiettivi di politica commerciale”, e l’impegno a che le regole d’origine non determino effetti di restrizione, distorsione o disorganizzazione del commercio internazionale (art. 2, b) e c).

Il secondo comma dell’articolo primo delimita il campo di applicazione dell’accordo, nel quale rientrano:

-     le regole d’origine utilizzate negli strumenti non preferenziali di politica commerciale, per l’applicazione, ad esempio, del trattamento della nazione più favorita;

-     le regole di origine utilizzate ai fini dell’imposizione dei diritti antidumping e dei diritti compensativi di cui dell’art. VI del GATT del 1994, nonché ai fini dell’applicazione delle misure di salvaguardia di cui all’art. XIX del GATT del 1994 e delle restrizioni quantitative o dei contingenti tariffari discriminatori;

-    le regole d’origine utilizzate per gli appalti pubblici e le statistiche commerciali;

-    le regole relative alla marcatura d’origine di cui all’art. IX del GATT del 1994.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, il Codice Doganale Comunitario (C.D.C.) prevede un duplice insieme di regole per definire l’origine doganale di un prodotto: quelle relative all’origine “preferenziale” e quelle relative all’origine “non preferenziale”[3].

Quando un prodotto è interamente ottenuto in un unico Paese la determinazione dell’origine non presenta particolari difficoltà, posto che il criterio è in ogni caso[4] quello di ritenere una merce originaria di un determinato paese quando essa sia stata estratta o prodotta nello stesso, o nel suo mare territoriale.

Per i prodotti parzialmente ottenuti in paesi diversi, il discorso dell’attribuzione dell’origine doganale è invece più complesso. Qualora si tratti di Paesi in regime di origine non preferenziale, la merce si considera “originaria del Paese in cui è avvenuta l'ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un'impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione”[5].

Qualora i Paesi in questione siano ammessi all’origine preferenziale, i criteri relativi saranno da ricercare nei singoli accordi. In generale si può affermare che il principio di base è che una merce è originaria del Paese nel quale essa ha subito una “trasformazione sufficiente”; in ciascun accordo è riportato l’elenco delle lavorazioni da ritenersi “sufficienti” per l’attribuzione dell’origine doganale.

Le norme in materia di origine doganale sanzionano, naturalmente, il comportamento consistente nell’indicazione, sui documenti doganali, di un’origine dei prodotti diversa da quella effettiva.

 

3.  Il marchio di origine

Il marchio di origine consiste in un’indicazione, apposta sul prodotto e/o sulla sua confezione, consistente nella dicitura "Made in...", "Product of...." o in espressioni di significato equivalente (alle volte la sola indicazione di un Paese, ad esempio: “Italy”), che attribuiscono l’origine del prodotto ad un determinato Stato.

Con riferimento al tema del marchio di origine, nella prassi si ricorre a volte all’espressione “origine commerciale” in contrapposizione a “origine doganale”, nell’intento di evitare la – facile - confusione tra i due ambiti.

Il marchio di origine assolve principalmente ad una duplice funzione: quella di fornire al consumatore un’informazione aggiuntiva sul prodotto che intende acquistare, e quella di prevenire pratiche fraudolente da parte di produttori e importatori; inoltre, qualora - per certe produzioni - i consumatori colleghino l’origine da un determinato paese a caratteristiche generali di migliore qualità, il marchio di origine può rappresentare altresì, per i relativi produttori, uno strumento indiretto di promozione delle vendite.

Il GATT dedica al tema dei marchi d’origine l’art. IX, che si limita a fissare alcuni principi di carattere generale, tra i quali quello di cui al secondo comma, ai sensi del quale “Le parti contraenti riconoscono che, nell’elaborazione e applicazione delle leggi o regolamenti relativi ai marchi d’origine, converrà ridurre al minimo le difficoltà e gli inconvenienti che da tali misure potrebbero conseguire per il commercio e la produzione dei paesi esportatori, tenendo in debito conto la necessità di proteggere i consumatori contro le indicazioni fraudolente o di natura a indurre in errore”.

Il contenuto dell’art. IX deve essere integrato con le disposizioni dell’Accordo sulle regole di origine allegato al GATT, visto in precedenza; dall’inserimento, nel campo di applicazione di tale Accordo, delle regole concernenti l’apposizione del marchio di origine, discendono significative conseguenze in ordine al possibile contenuto delle disposizioni normative relative alle stesse eventualmente adottate dai Paesi membri dell’O.M.C.: in primo luogo l’individuazione del Paese di origine deve avvenire sulla base dei criteri utilizzati per l’attribuzione dell’origine non preferenziale in ambito doganale; in secondo luogo le regole relative non potranno essere utilizzate quali “strumenti volti a favorire, direttamente o indirettamente, la realizzazione di obiettivi di politica commerciale”, e non dovranno determinare effetti di restrizione, distorsione o disorganizzazione del commercio internazionale (art. 2, b) e c).

Per quanto concerne i regimi nazionali, in ossequio al principio di territorialità della legge, i produttori devono conformarsi alle regole sulla marcatura di origine vigenti nel Paese nel quale i loro prodotti sono commercializzati.

Mentre tutti gli ordinamenti necessariamente conoscono una regolamentazione dell’origine doganale[6], non tutti dispongono di una regolamentazione specifica in tema di marchio di origine.

Dove sono presenti, le regole sulla marcatura di origine possono prevedere che l’apposizione del marchio sia condizione necessaria per l’immissione di un prodotto sul mercato (marchiatura obbligatoria); oppure, alternativamente, creare un quadro normativo di riferimento per i produttori che, su base volontaria, decidono di apporre sul prodotto il marchio che ne indica l’origine (marchiatura facoltativa). L’obbligo della marchiatura può concernere indistintamente tanto i prodotti nazionali che quelli  importati, ovvero può sussistere unicamente per questi ultimi.

L’apposizione sui prodotti importati dell’indicazione del paese di origine è obbligatoriamente prevista dalle norme di alcuni paesi (ad esempio gli U.S.A.[7] e il Giappone) i quali, conseguentemente, dispongono di regole precise per l’attribuzione dell’origine ai fini della marchiatura dei prodotti; laddove invece non sussiste in merito uno specifico obbligo - come è il caso, fino ad oggi, nell’U.E.[8] - apporre o meno l’indicazione dell’origine sui prodotti è una libera scelta di ciascun produttore. Ciò tuttavia non significa che, in assenza di specifiche disposizioni, il produttore possa apporre sul prodotto un’indicazione non veritiera: tale pratica infatti risulta comunque vietata da norme generalmente presenti negli ordinamenti dei vari Paesi (ad esempio quelle poste a tutela della corretta informazione dell’acquirente, quelle che reprimono la frode nell’esercizio del commercio, o la concorrenza sleale).

 

4.  Denominazioni di origine e indicazioni geografiche

Il marchio di origine di cui al paragrafo precedente non va confuso con le denominazioni di origine protette (DOP)[9], le indicazioni geografiche protette (IGP)[10], e gli altri indicatori di provenienza ammessi a forme di tutela nell’ambito della proprietà industriale.

Vi sono prodotti rispetto ai quali la provenienza da un determinato territorio ne condiziona i caratteri, e garantisce ”l’invariabile presenza di alcune qualità[11]; le caratteristiche che tipizzano tali produzioni possono essere dovute esclusivamente a fattori ambientali (suolo, sottosuolo, clima), ovvero essere condizionate anche dal fattore umano, in particolare da “tecniche di lavorazione consolidate e tramandate nei costumi e nelle consuetudini locali” [12].

Tale collegamento tra caratteristiche tipiche e luogo di produzione, generalmente riconosciuto per determinati prodotti del settore agricolo e alimentare, ha portato all’elaborazione di specifiche regole per l’utilizzo delle locuzioni atte a darne indicazione.

All’origine la tutela era organizzata a livello esclusivamente nazionale; tuttavia l’esigenza, da parte di diversi Paesi, di proteggere le proprie produzioni tipiche negli scambi internazionali, portò alla negoziazione di convenzioni che garantissero alle stesse una tutela reciproca fra gli stati aderenti; il sistema convenzionale si implementò mediante passaggi graduali,  che si svolsero nell’arco di molti decenni [13].

La Convenzione di Parigi per la protezione della proprietà industriale del 1884[14] include esplicitamente, nell’ambito della proprietà industriale, le denominazioni d’origine e le indicazioni di provenienza (art. 1.2), senza tuttavia fornire delle stesse alcuna definizione. A parte questo, nel testo della Convenzione  non sono contenuti altri richiami specifici alle denominazioni d’origine o alle indicazioni di provenienza, salvo la previsione di cui all’art. 10 (Indicazioni false), che estende la misura del sequestro all’importazione di cui all’art. 9, alle ipotesi di “utilizzo diretto o indiretto di una indicazione falsa concernente la provenienza del prodotto o l’identità del produttore, fabbricante o commerciante”.

Al fine di contrastare più efficacemente l’uso di indicazioni false o fuorvianti, nel 1891 venne negoziato, nell’ambito della Convenzione di Parigi, l’Accordo di Madrid sulla repressione delle indicazioni di provenienza false o fallaci sui prodotti[15], a norma del quale i Paesi firmatari[16] hanno assunto l’impegno di consentire il sequestro, all'atto dell’importazione, dei beni che rechino un’indicazione falsa o fallace per la quale uno degli Stati aderenti - o un luogo situato in uno di detti Stati - sia direttamente o indirettamente indicato come paese o luogo d’origine[17].

Come vedremo nel successivo paragrafo 8 (a), le norme del provvedimento italiano di applicazione dell’Accordo di Madrid vengono utilizzate, nel nostro Paese, per effettuare sequestri all’importazione in presenza di illecita apposizione sui prodotti del marchio “Made in Italy”.

Proseguendo nell’evoluzione normativa, l'Accordo di Lisbona sulla protezione delle denominazioni di origine e sulla loro registrazione internazionale del 31.10.1958[18] impegna gli Stati aderenti alla protezione, sul proprio territorio, contro ogni usurpazione o imitazione delle denominazioni di origine dei Paesi aderenti, a condizione che le stesse siano preliminarmente riconosciute e protette in tali Paesi. A differenza di quanto abbiamo visto nelle convenzioni precedenti, l’Accordo di Lisbona, all’art. 2, contiene l’esplicita definizione dell’espressione “denominazioni di origine”,  intesa come "la denominazione geografica di un Paese, di una regione o di una località, utilizzata per designare un prodotto che ne è originario e di cui le qualità o i caratteri sono dovuti, esclusivamente o essenzialmente, all'ambiente geografico comprendente i fattori naturali e i fattori umani" (art. 2).

In ambito O.M.C., l’Accordo TRIP’s dedica alle indicazioni geografiche gli artt. 22-24, definendole come “le indicazioni che identificano un prodotto come originario del territorio di un Membro, o una regione o località di detto territorio, quando una determinata qualità, la notorietà o altre caratteristiche del prodotto siano essenzialmente attribuibili alla sua origine geografica" (22.1); nell’accordo non si fa invece menzione delle denominazioni di origine. Si ritiene in dottrina[19] che tale soluzione sia stata dettata dalla volontà di proporre “un’unica denominazione e definizione omnicomprensiva”[20] che porti al superamento della distinzione tra indicazioni geografiche e denominazioni di origine, spesso fonte di problemi interpretativi di non facile soluzione.

La regolamentazione europea[21] mantiene invece la distinzione classica, e definisce l’indicazione geografica protetta (“IGP”) come “il nome di una regione, di un luogo determinato o di un paese, che serve a designare un prodotto originario di tale area geografica, allorché una determinata qualità del prodotto o la sua rinomanza sono attribuibili all’ambiente geografico, di cui fanno parte fattori naturali ed umani”; la denominazione d’origine protetta (“DOP”), a sua volta, si riferisce al “nome di una regione, di un luogo determinato o di un paese, che serve a designare un prodotto originario di tale area geografica e la cui qualità o le cui caratteristiche sono attribuibili esclusivamente o in massima parte all’ambiente geografico”. In aggiunta a queste indicazioni di carattere generale  ne esistono altre, merceologicamente delimitate[22] .

In sintesi, il presupposto della tutela riconosciuta alle denominazioni di origine, alle indicazioni geografiche, e agli altri indicatori di origine o tipicità, è sempre l’esistenza di un collegamento dimostrabile tra una determinata caratteristica del prodotto e un determinato luogo di produzione, spazialmente delimitato. La differenza rispetto al tema del marchio di origine “made in …” è chiara: quest’ultimo non assicura in alcun modo la presenza di specifiche caratteristiche nei prodotti, ma si limita ad indicare al consumatore che l’organizzazione produttiva che ha realizzato il prodotto è ubicata in un determinato Paese; situazione affine a ciò che, in recenti pronunce, la Corte di Giustizia ha definito “denominazione di origine geografica semplice”, vale a dire un’indicazione “che non implica alcun rapporto tra le caratteristiche del prodotto e la sua origine geografica”[23].

E’ dunque evidente che un’eventuale regolamentazione a tutela del “made in Italy”, destinata a identificare genericamente le produzioni realizzate in Italia, non potrebbe essere ricondotta nell’ambito degli istituti afferenti le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche oggetto delle normative sovranazionali sinteticamente elencate.

 

5.  Marchi di qualità; marchi regionali

Attraverso lo strumento del marchio collettivo vengono istituiti marchi finalizzati ad un utilizzo ultra-individuale, tra i quali rientrano anche i marchi regionali e i c.d. marchi di qualità.

L’art. 2 del R.D. 21 giugno 1942, n. 929 (c.d. Legge marchi; revisionato dal D.l. 4 dicembre 1992, n. 480), al primo comma, prevede che “i soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi, possono ottenere la registrazione per appositi marchi come marchi collettivi, ed hanno la facoltà di concedere l’uso dei marchi stessi a produttori o commercianti”. Tali soggetti possono essere tanto enti pubblici quanto organizzazioni associative private (aventi normalmente la forma dell’associazione o del consorzio).

Il marchio collettivo prevede l’esistenza di un regolamento  che tutti i soggetti autorizzati ad apporre quel segno di qualificazione sui propri prodotti devono rispettare, nonché dei meccanismi di verifica di tale rispetto.

Quando titolare del marchio collettivo è un soggetto privato, qualunque siano le regole previste dal relativo disciplinare (ivi comprese le regole sull’origine dei prodotti), non sussistono implicazioni rispetto ai principi comunitari[24].

La situazione è diversa qualora titolare del marchio sia un ente pubblico. E’ questo il caso dei marchi regionali e di alcuni marchi di qualità istituiti con appositi provvedimenti legislativi (ad esempio, i marchi “ceramica artistica tradizionale” e “ceramica italiana di qualità”, di cui alla legge  9 luglio 1990, n. 188).

In merito ai requisiti cui le normative degli Stati membri assoggettano la concessione di denominazioni di qualità, la costante giurisprudenza della Corte di Giustizia ritiene incompatibile con il mercato unico, sulla base dell’art. 28 del Trattato[25], la presunzione di qualità legata alla localizzazione nel territorio nazionale di tutto o di parte del processo produttivo, “la quale di per ciò stesso limita o svantaggia un processo produttivo le cui fasi si svolgano in tutto o in parte in altri Stati membri[26]; a tale principio fanno eccezione unicamente le regole relative alle denominazioni di origine e alle indicazioni di provenienza (DOP, IGP).

La casistica delle normative nazionali censurate in sede comunitaria è piuttosto ricca; ne citiamo alcuni esempi.

La decisione della Corte di Giustizia del 7 maggio 1997, cause riunite da C-321­-94 a C-324-94, Pistre e a., relativamente all’utilizzazione della denominazione “prodotti della montagna francese”, ha affermato l’assimilabilità di tale segno ad una indicazione di provenienza semplice[27] e, in quanto tale, operante come un marchio di qualità diretto a promuovere i prodotti delle zone montane. Ad avviso della Corte, l’uso della dicitura “montagna” accompagnata da aggettivazioni nazionali, ha carattere discriminatorio nei confronti dei prodotti importati dagli altri Stati membri, se riservata ai soli prodotti nazionali, ed elaborati a partire da materie prime nazionali, ed è perciò incompatibile con l’art. 28 del Trattato.

Con decisione del 5 novembre 2002 (causa C-325/00) la Corte ha censurato la Repubblica Federale di Germania, per aver violato l’art. 28 del Trattato con la concessione del marchio di qualità “Markenqualität aus deutschen Landen” (qualità di marca della campagna tedesca), in quanto il messaggio pubblicitario, sottolineando la provenienza tedesca dei prodotti interessati, “può indurre i consumatori ad acquistare i prodotti che portano il marchio (…) escludendo i prodotti importati”.

In materia di marchi regionali, con decisione 6 marzo 2003 (causa C-6/02) la Corte ha affermato la responsabilità della Repubblica Francese, la quale “non avendo posto fine, entro il termine fissato nel parere motivato, alla protezione giuridica nazionale concessa alla denominazione ”Salaisons d'Auvergne” nonché ai marchi regionali ”Savoie”, ”Franche-Comté”, ”Corse”, ”Midi-Pyrénées”, ”Normandie”, ”Nord-Pas-de-Calais”, ”Ardennes de France”, ”Limousin”, ”Languedoc-Roussillon” e ”Lorraine” (…) è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell'art. 28 CE”.

Per quanto concerne il nostro Paese, nel febbraio del 1998 la Commissione ha aperto una procedura di infrazione contestando l’esistenza, nella normativa italiana, di marchi di qualità non conformi alle disposizioni di cui all’art. 28 del Trattato CE. In particolare la Commissione contestava che fosse consentito riservare l’apposizione di marchi esclusivamente a prodotti provenienti da determinate zone geografiche italiane.

Non considerando soddisfacenti le risposte successivamente fornite dall’Italia, la Commissione ha emesso, il 20 dicembre 2001, un parere motivato con il quale constatava la persistenza dell’infrazione sopra menzionata, in particolare per quanto concerne il marchio di qualità della Regione Sicilia (istituito con legge regionale 14/1966) e quello della regione Abruzzo (istituito con legge  regionale 31/1982) che possono essere attribuiti soltanto ai prodotti trasformati o preparati all’interno delle rispettive regioni e che rispettano un disciplinare di produzione vincolante[28]. Persistendo ulteriormente la violazione, il 28 novembre 2002 la Commissione ha convenuto la Repubblica Italiana avanti alla Corte di Giustizia, per non avere la stessa adottato le misure necessarie volte ad abrogare o modificare la disciplina dei marchi di qualità della Regione Abruzzo e della Regione Sicilia.

Se è vero che le frequenti infrazioni commesse dagli Stati membri, anche in tempi recenti, potrebbero indurre a ritenere il contrario, in realtà la posizione delle istituzioni comunitarie sul tema in esame è, oltre che costante, piuttosto risalente. Nella causa Eggers Sohn et Co. Contro Città di Brema, n. 13/78, decisa dalla Corte con sentenza del 12 ottobre 1978, sono chiaramente esposti ed articolati i motivi che sorreggono l’interpretazione dell’art. 28 (allora 30) del Trattato fatta dalla Corte, in tema di marchi di qualità di titolarità di Enti pubblici.

Il caso aveva ad oggetto una normativa tedesca, la quale subordinava la possibilità di utilizzare una certa denominazione di qualità  (che non si sostanziava né in una denominazione d’origine, né in un’indicazione di provenienza) all’ubicazione nel territorio nazionale di una parte del processo produttivo[29].

Nelle motivazioni della decisione si legge:

  (Punto 23) Per quanto riguarda il divieto di misure d’effetto equivalente a restrizioni quantitative, l’art. 30 del Trattato vieta, nel commercio intracomunitario, tutte le misure di tale natura; ai fini di tale divieto è sufficiente che le misure di cui trattasi siano atte ad ostacolare, direttamente o indirettamente, effettivamente o potenzialmente, le importazioni tra Stati membri; secondo il sesto considerando della Direttiva della Commissione 22 dicembre 1969, n. 70/50, relativa alla soppressione di alcune misure equivalenti a restrizioni quantitative, debbono venire annoverate fra le misure di questo genere, e sono pertanto vietate: “quelle che, ad ogni stadio di commercializzazione, accordano ai prodotti nazionali una preferenza, diversa da un aiuto, soggetta o meno a condizioni, in modo da escludere, in tutto o in parte, lo smercio dei prodotti importati”;

alla luce di queste considerazioni, l’art. 2, n.3, lett. s) della direttiva, considera, coerentemente, quali misure di effetto equivalente a una restrizione quantitativa, e come tali vietate, quelle che “riservano ai soli prodotti nazionali denominazioni che non costituiscono né denominazioni di origine né indicazioni di provenienza”.

(Punto 24) (…) In effetti, in un mercato che deve possedere, nella misura del possibile, le caratteristiche di un mercato unico, il diritto a una denominazione di qualità per un prodotto dovrebbe dipendere – salve restando le norme da applicarsi in materia di denominazione di origine e indicazione di provenienza – unicamente dalle caratteristiche obiettive intrinseche dalle quali risulti la qualità del prodotto, rispetto allo stesso prodotto di qualità inferiore, ma non dalla localizzazione geografica di questa o di quella fase della produzione.

(Punto 25) Per quanto auspicabile, la politica di controllo della qualità da parte di uno Stato membro non può essere attuata, in ambito comunitario, se non con mezzi conformi ai principi fondamentali del Trattato;

ne consegue che, se è vero che gli Stati membri sono competenti a stabilire norme di qualità dei prodotti messi in commercio sul loro territorio e possono subordinare l’uso di denominazioni di qualità al rispetto di queste norme, essi lo sono a condizione che queste norme e denominazioni, a differenza di quanto accade per le denominazioni di origine e le indicazioni di provenienza, non siano legate alla localizzazione nel territorio nazionale del processo di produzione dei prodotti in questione, bensì unicamente al possesso delle caratteristiche obiettive intrinseche che danno ai prodotti la qualità richiesta dalla legge;

sempre facendo eccezione per le regole relative alle denominazioni di origine e per le indicazioni di provenienza, è incompatibile con il mercato comune la presunzione di qualità legata alla localizzazione nel territorio nazionale di tutto o di parte del processo produttivo, la quale di per ciò stesso limita o svantaggia un processo produttivo le cui fasi si svolgano in tutto o in parte in altri Stati membri.

(Punto 26) Risulta dal complesso delle considerazioni di cui sopra che concreta una misura di effetto equivalente a una restrizione quantitativa la norma nazionale che subordini il diritto di usare una denominazione di qualità per un prodotto nazionale alla condizione che il prodotto semilavorato, partendo dal quale esso viene fabbricato, venga prodotto o lavorato nel territorio nazionale, e consenta di vietarne l’uso per il semplice motivo che il prodotto semilavorato è importato da un altro Stato membro;

il fatto che l’uso di questa denominazione di qualità sia facoltativo non ne elimina il carattere di ostacolo ingiustificato per gli scambi, dato che l’uso di questa denominazione favorisce, o è atto a favorire, lo smercio del prodotto in questione rispetto ai prodotti che non possono fregiarsene.

Alla luce dei principi affermati della giurisprudenza della Corte brevemente ripercorsa, è difficile ritenere che un eventuale marchio collettivo di titolarità pubblica finalizzato a identificare il “made in Italy” (quindi destinato a identificare genericamente le produzioni realizzate in Italia) possa sfuggire alla censura delle istituzioni comunitarie.

 

6. Regole nazionali sul marchio d’origine: la posizione delle istituzioni comunitarie.

La Corte è stata chiamata ad esprimersi anche in merito al tema della compatibilità con il mercato unico di provvedimenti nazionali in materia di marchiatura obbligatoria dell’origine sui prodotti.

Con sentenza del 17 giugno 1981, Causa 113/80, Commissione c/ Irlanda, la Corte ha censurato, in quanto ritenuti misure di effetto equivalente ai sensi dell’allora art. 30 (ora 28) del Trattato CEE, due provvedimenti normativi irlandesi (306 e 307/1971) che imponevano, per determinate categorie di prodotti, l’obbligo di indicare sugli stessi il paese d’origine, ovvero il termine “Foreign”. I prodotti in questione erano articoli di gioielleria importati recanti motivi o aventi caratteristiche che facessero pensare che gli stessi fossero souvenirs d’Irlanda (ad esempio un personaggio irlandese, un  avvenimento o un paesaggio irlandese, un levriero irlandese, una tavola rotonda, un trifoglio irlandese, ecc.).

Nelle motivazioni la Corte ha affermato, tra gli altri, il seguente principio:

(Punto 13) “La Commissione (…) basandosi sulla sentenza 20 febbraio 1975 (Causa 12/74, Commissione c/Repubblica federale di Germania) (…) rileva che per l’acquirente non è necessario sapere se un prodotto abbia o meno un’origine precisa, a meno che detta origine non implichi una determinata qualità, particolari materie prime di base o un determinato procedimento di fabbricazione o, ancora, un certo ruolo nel folclore o nella tradizione della regione di cui trattasi.”

Nella causa n. 207/83, Commissione C/Regno Unito, decisa dalla Corte con sentenza del 25 aprile 1985, la normativa contestata era un decreto britannico del 1981 (“Trade Descriptions”) il quale, all’art. 2, stabiliva il divieto della vendita al dettaglio di quattro tipologie di prodotti (tessuti e abbigliamento, elettrodomestici, calzature, coltellerie e posate), a meno che gli stessi non fossero marchiati o accompagnati da un’indicazione del paese d’origine.

Nelle motivazioni la Corte ha espresso le seguenti considerazioni:

Punto 17: “(…) Non si può fare a meno di ammettere  che le indicazioni o la marchiatura d’origine mirano a consentire al consumatore di effettuare una distinzione fra le merci nazionali e quelle importate e danno quindi loro la possibilità di far valere gli eventuali pregiudizi contro i prodotti stranieri. Si deve ricordare che, come la Corte ha avuto occasione di rilevare in vari contesti, il Trattato, mediante l’instaurazione di un mercato comune e grazie al ravvicinamento graduale delle politiche economiche degli Stati membri, mira alla fusione dei mercati nazionali in un mercato unico avente le caratteristiche di un mercato interno. Nell’ambito di un siffatto mercato, la marchiatura d’origine rende non solo più difficile lo smercio, in uno Stato membro, dei prodotti degli altri Stati membri nei settori di cui trattasi; essa ha inoltre l’effetto di frenare l’interpenetrazione economica nell’ambito della Comunità, ostacolando la vendita di merci prodotte grazie alla divisione del lavoro fra gli Stati membri.”

In sintesi, deve considerarsi incompatibile con il Trattato un’eventuale normativa nazionale di uno Stato membro che imponga l’obbligo della marcatura di origine per le merci importate; non vi è tuttavia nulla che impedisca l’apposizione volontaria del marchio di origine sia sulle produzioni nazionali che sulle merci importate (ad esempio “Made in Italy” o “Made in USA”) qualora gli operatori desiderino fornire tale indicazione ai consumatori[30].

 

7.  Il marchio di origine “Made in EU”

Il tema di un marchio di origine comune per i prodotti realizzati all’interno del mercato unico non è argomento nuovo in sede comunitaria. Nel 1980 la Commissione sottopose al Consiglio una proposta di direttiva riguardante il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relativamente all’indicazione d’origine di determinati prodotti tessili e d’abbigliamento (GU C 185, p. 32), la quale proponeva l’indicazione sugli stessi della dicitura “Made in the European Community”; in merito, il Comitato Economico e Sociale, nel 1981 (GU C 185, p. 32) espresse parere sfavorevole, ritenendo che l’indicazione del paese d’origine non costituisse una priorità: altre informazioni, come il prezzo, la composizione, la categoria, la qualità e le istruzioni per l’uso erano da considerarsi più importanti, nell’interesse del consumatore.

Recentemente, alcuni settori dell’industria comunitaria e membri del Parlamento Europeo hanno risollevato la questione, sollecitando l’adozione di uno schema di marchio d’origine per i prodotti europei[31].

In risposta alle sollecitazioni ricevute, la Commissione, in data 12 dicembre 2003, ha sottoposto alle parti interessate il Documento di lavoro Marchio di Origine “Made in EU” nel quale, dopo aver sommariamente analizzato benefici e svantaggi potenziali dell’iniziativa [32], propone tre ipotesi alternative:

(a) l’adozione di una normativa comunitaria che regolamenti l’uso, su base volontaria, del marchio di origine,  sia per i prodotti realizzati all’interno dell’Unione, sia per i prodotti importati;

(b) l’adozione di una normativa comunitaria che introduca l’obbligo della marchiatura del Paese d’origine per i prodotti importati, e che al contempo regolamenti l’utilizzo, su base volontaria, del marchio “made in EU” per i prodotti realizzati all’interno dell’Unione (sistema equivalente a quello adottato dagli Stati Uniti);

(c) l’adozione di una normativa comunitaria che introduca l’obbligo, tanto per i prodotti importati dai Paesi terzi, quanto per i prodotti realizzati all’interno dell’Unione, della marchiatura d’origine sul prodotto.

Il documento di lavoro evidenzia la necessità che l’eventuale normativa comunitaria in tema di marchiatura d’origine, quale che sia l’opzione prescelta tra le tre proposte, rispetti tanto i principi comunitari quanto gli impegni derivanti dal sistema multilaterale del WTO:

“Se si volesse introdurre nell’UE una regolamentazione sulla marcatura d’origine, questa dovrebbe necessariamente essere conforme al diritto comunitario, ed altresì all’art. IX del GATT ed all’Accordo sulle Regole di Origine (AROO). Si deve notare che l’art. IX del GATT non contempla previsioni in merito al trattamento nazionale, ma solo il requisito della nazione più favorita, lasciando libero ciascun membro del WTO, nel caso in cui sia richiesta la marcatura di tutte le merci importate, di decidere se imporre o meno la marcatura alla merce di produzione nazionale. In conformità con le previsioni dell’AROO, per la definizione della nazione di origine ai fini della regolamentazione della marcatura, è necessario fare riferimento alle regole di origine non preferenziale.”

            Detto in altri termini:

1.         in conformità al diritto comunitario, un’eventuale obbligo di marchiatura dell’origine per i prodotti realizzati all’interno del territorio dell’Unione non potrebbe in alcun caso prevedere che questa consista nell’indicazione del Paese membro all’interno del quale il prodotto è stato realizzato, ma unicamente l’indicazione “made in EU” o altra equivalente; la Commissione, nel documento di lavoro, manifesta la necessità di approfondire ulteriormente l’eventualità di prevedere, in aggiunta all’indicazione dell’origine comunitaria e su base “puramente volontaria”, anche l’indicazione del Paese membro (“per esempio “made in the Member State X”).

2.         In conformità agli impegni assunti in ambito O.M.C., il criterio per l’individuazione dell’origine del prodotto non potrebbe essere diverso da quello dell’origine non preferenziale; non sarebbe pertanto ammissibile una regola che, ad esempio, riservasse ai soli prodotti interamente fabbricati all’interno dell’Unione l’autorizzazione ad apporre il marchio “made in UE”.

Nel documento, la Commissione manifesta di ritenere che l’introduzione di una normativa sul marchio di origine comunitario sia da ritenersi, in linea di principio, un’iniziativa positiva, e che pertanto sia opportuno procedere nell’approfondimento delle valutazioni di opportunità; ciò dovrà avvenire tenendo in considerazione le opinioni delle parti interessate, tra cui, oltre agli Stati membri,  il Parlamento Europeo, il Comitato Economico e Sociale, gli ambienti associativi dell’industria, del commercio e dei consumatori. In merito, la Commissione evidenzia infatti come in passato siano emerse posizioni contrastanti sul tema, anche tra diversi settori della stessa industria comunitaria.

La Commissione sottolinea inoltre la necessità che le amministrazioni nazionali valutino attentamente l’impatto dei costi derivanti dall’implementazione di un’iniziativa che necessita, per la sua concreta attuazione, di un efficace sistema di controlli.

Proprio con riferimento a tali implicazioni economiche, il Gruppo Consultivo dei Consumatori Europei, nell’Opinione ECCG2004047, ha espresso parere contrario all’introduzione dell’obbligo di un marchio di origine per i prodotti importati nell’UE:

 (punto 2) “I consumatori non ritengono conveniente o utile allocare risorse pubbliche per dare applicazione a regole sulla marchiatura d’origine dei prodotti importati. Inoltre, si ritiene vi sia il pericolo che tali regole possano essere applicate in modo protezionistico, circostanza che andrebbe contro gli interessi dei consumatori”.

Il testo prosegue:

(punto 3) “E’ stato argomentato che la marcatura d’origine aiuterebbe a combattere i falsi o ingannevoli richiami all’origine. Noi non concordiamo. Coloro che effettuano tali richiami non esiterebbero ad apporre marchi falsi, o a trarre vantaggi dalla complessità delle regole di origine. I richiami all’origine falsi o ingannevoli possono essere combattuti attraverso la direttiva in materia di pubblicità ingannevole; se la direttiva si rivela inadeguata allo scopo, potrebbe essere rafforzata”

(punto 4) “Sulla base di tali considerazioni, l’ECCG ritiene di opporsi alla proposta di introdurre l’obbligo della marchiatura d’origine per i prodotti importati. La priorità dovrebbe essere data ad altre informazioni, di maggior valore per il consumatore, tra cui le informazioni sui contenuti chimici e le informazioni concernenti le condizioni sociali o ambientali nelle quali i prodotti sono stati fabbricati o distribuiti”

Il Gruppo Consultivo ha manifestato parere contrario anche all’introduzione di un obbligo di marchiatura dei prodotti europei “made in EU”, i cui benefici per i consumatori, a fronte delle risorse pubbliche necessarie, sono ritenuti “minimi o inesistenti” (punto 5).

             

8. La difesa del “made in Italy”: situazione attuale e ipotesi di nuove normative

(a) Il provvedimento di applicazione dell’Accordo di Madrid e il fermo in dogana del falso “made in Italy”

L’Accordo di Madrid del 1891 nasce, come abbiamo visto in precedenza, nell’alveo dei diritti di proprietà industriale (Convenzione di Parigi),  ed ha la finalità di reprimere l’apposizione di false o fallaci indicazioni di provenienza sui prodotti (art. 1), nonché il loro utilizzo su insegne, documenti o materiale pubblicitario (art. 3 bis).

In particolare, l’articolo 1 dell’Accordo recita:

Tutti i prodotti riportanti un’indicazione falsa o fallace per la quale uno dei Paesi ai quali si applica il presente Accordo, o un luogo situato in uno di tali Paesi, sia direttamente o indirettamente indicato come paese o luogo d’origine, saranno sequestrati all’atto dell’importazione in ciascuno di detti Paesi[33].

Malgrado l’ampiezza dell'articolo 1, la previsione di cui al successivo art. 4 induce a ritenere che, nelle originarie intenzioni, destinatarie della tutela fossero le indicazioni di origine che implicano un rapporto tra le caratteristiche del prodotto e la sua origine geografica[34]:

I tribunali di ciascun paese dovranno decidere quali denominazioni, in virtù del loro carattere generico, sfuggono alle disposizioni del presente Accordo, essendo inteso che le denominazioni regionali di provenienza dei prodotti vinicoli non sono tuttavia comprese nella riserva di cui al presente articolo.[35].

Dunque, con la sola eccezione delle denominazioni regionali di provenienza dei prodotti vinicoli, le denominazioni aventi “carattere generico” sono escluse dalla tutela dell’Accordo di Madrid; il testo dell’Accordo, tuttavia, non fornisce alcun criterio per distinguere le denominazioni generiche da quelle non generiche.

Il tenore dell’articolo 4 sembra tuttavia suggerire che la “denominazione generica”  di cui all’Accordo di Madrid possa coincidere concettualmente con la “denominazione di origine geografica semplice” di cui alla giurisprudenza della Corte di Giustizia citata in precedenza[36], vale a dire un’indicazione che non implica alcun rapporto fra le caratteristiche del prodotto e la sua origine geografica.

L'Italia ha dato applicazione all'Accordo di Madrid attraverso il DPR n. 656/68, provvedimento composto di due soli articoli, il primo dei quali dispone:

"Le merci per le quali vi sia il fondato sospetto che rechino una falsa o fallace indicazione di provenienza sono soggette a fermo all'atto della loro introduzione nel territorio della Repubblica, a cura dei competenti uffici doganali che ne danno immediatamente notizia all’autorità giudiziari e agli interessati".

L’art. 2 prevede la restituzione delle merci qualora gli interessati “abbiano provveduto alla regolarizzazione prevista dall’art. 2 dell’Accordo di Madrid”, e siano trascorsi sessanta giorni dalla data della comunicazione all’autorità giudiziaria senza che questa abbia disposto il sequestro delle stesse.

Successivamente all’entrata in vigore del provvedimento, numerose circolari emesse dal Ministero delle Finanze - Direzione delle Dogane ne hanno orientato l’interpretazione, consolidando una prassi applicativa rispetto alla quale  il carattere più o meno generico dell’indicazione non assume alcuna rilevanza; conseguentemente, l’indicazione “made in …” ha potuto essere ricompresa nelle ipotesi coperte dalla misura del fermo in dogana ai sensi del provvedimento di attuazione dell’Accordo di Madrid.

A prescindere da ogni analisi in merito alla coerenza dell’interpretazione invalsa, rispetto al dato normativo sovranazionale, è importante sottolineare come il D.P.R. 656/68 sia stato dunque normalmente utilizzato per bloccare l’ingresso nel nostro Paese di prodotti rispetto i quali vi era il sospetto che l’apposizione del marchio “made in Italy” fosse illegittima.

Ma quando l’indicazione dell’origine italiana apposta sul prodotto può dirsi falsa o fallace? Se la definizione di origine vera o falsa non pone problemi in caso di prodotti interamente realizzati in un solo Paese, la situazione si complica in caso di beni realizzati parzialmente in Paesi diversi: quale indicazione può considerarsi legittima su prodotti realizzati in Italia utilizzando materiali o semilavorati di provenienza estera?

Nel 1995 una circolare del Ministero delle Finanze[37] stabilì che, a tale riguardo, si dovessero osservare le disposizioni del Codice Doganale Comunitario relativamente alle merci di origine non preferenziale parzialmente ottenute in paesi diversi. In altri termini, è possibile apporre l’indicazione “made in Italy” sui prodotti realizzati in Italia con materiali importati da un Paese straniero qualora, applicando le regole previste dal Codice Doganale Comunitario relativamente all’origine non preferenziale dei prodotti parzialmente ottenuti, detta produzione sia considerata – ai fini doganali - di origine italiana.

L’intervento del Ministero è conforme agli impegni assunti dal nostro Paese in sede O.M.C.: come abbiamo visto in precedenza, le regole concernenti l’identificazione dell’origine ai fini della marchiatura dei prodotti rientrano nel campo di applicazione dell’Accordo sulle Regole di Origine del sistema multilaterale, e da ciò consegue la necessità di ricorrere, per l’identificazione del Paese di origine, al criterio dell’origine non preferenziale.

L’art. 4, comma 49 della legge 24 dicembre 2003 n. 350 (finanziaria 2004), anche se con locuzione incerta, ha inteso certamente riaffermare il medesimo principio (né poteva fare diversamente) laddove precisa che costituisce falsa indicazione la stampigliatura “made in Italy” su prodotti e merci non originari dall’Italia “ai sensi della normativa europea sull’origine”.

 (b) Le norme a tutela  del “made in Italy” contenute nella legge 350/2003 (finanziaria 2004)

La legge  24 dicembre 2003 n. 350, come abbiamo già ricordato, dedica alcune previsioni (art. 4, commi 49, 51, 61) al tema del “made in Italy”.

Il comma 49 dell’art. 4 estende l’ambito di applicazione dell’art. 517 del codice penale[38] alle attività di importazione, esportazione, e commercializzazione di “prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza”; la falsa indicazione si sostanzia nella “stampigliatura “made in Italy” su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine”, mentre l’indicazione fallace ricorre in caso di “uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”, e ciò “anche qualora sia indicata l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci”.

La norma in esame lascia trasparire una certa confusione tra il concetto di “indicazione dell’origine” del prodotto da un dato Paese, e il concetto di “indicazione di provenienza” (relativo, come abbiamo visto, agli indicatori che attestano l’esistenza di un collegamento dimostrabile tra una determinata caratteristica del prodotto ed un determinato luogo di produzione, spazialmente delimitato). E’ assai probabile che tale imprecisione terminologica sia conseguente all’invalsa (discutibile) interpretazione del provvedimento di attuazione dell’Accordo di Madrid alla quale si è fatto riferimento nel paragrafo precedente.

Inoltre, stando al portato letterale della disposizione di cui al comma 49 dell’art. 4, l’eventuale stampigliatura - su prodotti realizzati in paesi extra-europei e importati nel nostro paese - di false indicazioni che siano diverse da “made in Italy” - come potrebbero essere le diciture “made in France”, o “made in EU”, o ancora “CE” - sembrerebbe sfuggire al divieto.

Poiché il bene-interesse tutelato in caso di vendita di prodotti industriali con segni mendaci “non consiste nella tutela del marchio, bensì in quella dell’ordine economico, che deve essere garantito contro gli inganni tesi ai consumatori[39], sarebbe stato probabilmente più opportuno prendere in considerazione qualsiasi fattispecie di falsa indicazione dell’origine, e non limitarsi alla sola stampigliatura “made in Italy”.

Per quanto concerne l’indicazione fallace, oltre a muovere il medesimo rilievo di cui sopra – posto che anche in questo caso si è presa in considerazione unicamente l’induzione in errore circa l’origine italiana – vanno analizzati ulteriori profili.

Supponiamo che un’impresa italiana abbia avviato un insediamento produttivo in Cina, nel quale venga realizzata la manifattura di prodotti disegnati e progettati in Italia; il tenore della previsione di cui al comma 49 dell’art. 4 porterebbe a considerare fallace ogni indicazione - in realtà assolutamente veritiera - che desse in qualche modo conto di tale situazione[40]; e ciò anche in presenza di una corretta indicazione circa l’origine effettiva del prodotto; il medesimo rilievo vale in relazione a situazioni nelle quali una società straniera acquisisca a vario titolo - acquisto o licenza - diritti di utilizzo di design o di tecnologia italiana: ogni indicazione in merito sui prodotti, nel nostro Paese sarebbe ritenuta fallace, a discapito della realtà dei fatti.

Il problema del significato attribuibile alla locuzione “uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana” è tutt’altro che teorico; in merito pare emergere da recenti provvedimenti dell’Amministrazione delle Dogane un indirizzo applicativo che porterebbe a ritenere sussistenti gli estremi dell’indicazione fallace ex art. 4, comma 49 l. 350/2003 anche quando sia semplicemente apposto - sull’etichetta dei prodotti importati e pronti per la commercializzazione - l’indirizzo dell’impresa importatrice; nell’ambito di tale posizione interpretativa è stata ritenuta fallace persino l’indicazione dell’identità del concedente la licenza di marchio, apposta sui prodotti dal licenziatario italiano in adempimento di un preciso obbligo contrattuale: ciò in virtù del fatto che la ragione sociale del licenziante, trattandosi di società anch’essa italiana, comprendeva il termine “Italy[41].

In via di principio, un’applicazione come quella descritta potrebbe essere plausibile solo ove si ritenesse che, in seguito all’introduzione nel nostro ordinamento della previsione di cui al comma 49 art. 4, al fine di non “indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”,nel nostro Paese sia attualmente fatto divieto a chiunque commercializzi prodotti non fabbricati in Italia di apporre il proprio indirizzo sulla confezione degli stessi; tale divieto dovrebbe dunque valere per i prodotti provenienti da qualunque Paese, si esso la Cina o l’India, la Francia o la Germania.

Non potendosi avallare una simile interpretazione (certamente lontana dalle intenzioni del legislatore) la prassi applicativa sopra richiamata si pone in palese contrasto con il principio di uguaglianza: infatti, mentre coloro che importano prodotti integralmente fabbricati all’estero e ivi confezionati sarebbero costretti ad omettere nell’etichetta la propria ragione sociale, oppure marchi contenenti le parole “Italia” o “Italy” (al fine di non incorrere nel blocco doganale al momento dell’importazione) coloro che importano prodotti integralmente fabbricati all’estero, ma provvedono all’apposizione delle etichette in Italia, non subiscono alcuna limitazione in merito.

A ciò si aggiunga che, qualora si tratti di prodotti destinati al consumatore, il termine “Italia” dovrà comunque figurare sull’etichetta degli stessi, all’atto della loro commercializzazione: ai sensi dell’art. 1, comma 1 della legge 10 aprile 1991, n. 126 recante norme per l’informazione del consumatore, nonché dell’art. 1 comma 1 del  relativo regolamento di attuazione, il nome, o ragione sociale, o marchio, così come la sede del produttore o di un importatore stabilito nell’Unione europea, rientrano infatti tra le informazioni che devono figurare sull’imballaggio preconfezionato oppure sull’etichetta fissata o legata al medesimo.

Da un punto di vista eminentemente pratico, è importante riflettere sul fatto che il consolidamento della prassi descritta, in ultima analisi, si risolverebbe in uno svantaggio unicamente per le imprese importatrici italiane:  queste ultime dovrebbero sopportare l’aggravio di costo derivante dalla necessità di procedere al confezionamento in Italia per non incorrere nel blocco doganale dei loro prodotti, mentre le imprese operanti negli altri Paesi europei sono esenti da tale onere.

A parere di chi scrive, la sola interpretazione plausibile della previsione relativa all’indicazione fallace (vale a dire l’uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana) è che la stessa sia diretta a reprimere situazioni quali l’utilizzo del tricolore italiano, o di espressioni del tipo “Italian stile” o “Italian design” in relazione a prodotti relativamente ai quali tali riferimenti non trovano giustificazione in alcuna situazione di fatto o di diritto[42].

            In chiusura, vale la pena di ricordare che la vendita di prodotti che riportino illegittimamente il marchio “made in Italy”,  oltre al reato di cui all’art. 517 c.p. richiamato dalla l. 350/2003, può integrare gli estremi del reato di frode nell’esercizio del commercio di cui all’art. 515 c.p., fattispecie punita più severamente rispetto alla vendita di prodotti industriali con segni mendaci[43]; in caso di effettiva consegna dei prodotti con la falsa indicazione, potrebbe configurarsi il concorso materiale dei due reati[44].

            In ambito civile, la fattispecie della falsa apposizione del marchio d’origine potrebbe rientrare nel campo di applicazione dell’art. 2598 c.c., che disciplina la concorrenza sleale, e in particolare essere ricondotta all'ipotesi di cui al n. 3), secondo la quale compie atti di concorrenza sleale chiunque “si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda".

(c) Il primo intervento interpretativo della Cassazione relativamente al comma 49 dell’art. 4 legge 350/2003

            La difficoltà di attribuire un senso giuridicamente coerente alla disposizione del comma 49 art. 4 legge 350/2003, nella parte dedicata alle indicazioni di provenienza false o fallaci, emerge in tutta evidenza dalla prima pronuncia della Cassazione Penale resa in merito alla stessa[45].

La vicenda portata all’attenzione della Corte riguardava il sequestro probatorio - confermato dal pubblico ministero e dal Tribunale del riesame - operato dalla Agenzia delle Dogane di Padova su prodotti provenienti dalla Romania, perché questi ultimi riportavano sulle confezioni la dicitura “Fro Via Torricelli 15/a Verona- Italy” senza alcun riferimento alla provenienza rumena; la presenza del termine “Italy” nell’indirizzo dell’impresa importatrice aveva dunque indotto l’autorità procedente ad ipotizzare il reato di cui all’art. 517 cod. pen. ed all’art. 4, comma 49, della legge 24 dicembre 2003, n. 350.

In merito la Corte, dopo aver distinto le diverse fattispecie prese in considerazione dal comma 49 dell’art. 4 legge 350/2003, evidenzia come il concetto di “provenienza” di cui all’art. 517 c.p. si riferisca alla provenienza da un determinato produttore e non da un determinato luogo di fabbricazione:

“Il comma 49 dell’art. 4 in esame contiene una complessa serie di disposizioni che si riferiscono a fattispecie diverse. Il primo periodo riguarda le false e fallaci indicazioni di “provenienza” del prodotto e, per i motivi indicati, deve ritenersi che si riferisca alla provenienza come è stata sempre pacificamente intesa, ossia alla provenienza da un produttore e non alla provenienza da un luogo determinato. Il secondo periodo riguarda invece la tutela del marchio “made in Italy” (marchio la cui disciplina è demandata ad un regolamento delegato) e dispone che costituisce falsa indicazione l’apposizione di questo marchio su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine. Ne consegue che i criteri utilizzati dalla normativa europea per stabilire l’origine di un prodotto sono richiamati e possono essere utilizzati solo in relazione alla apposizione del marchio “made in Italy”, e non anche per le false indicazioni di provenienza di cui al primo periodo (che continuano ad essere quelle previste dal diritto vivente), e ciò sia perché il primo periodo parla di “provenienza” e non di “origine” sia perché la prima parte del secondo periodo limita chiaramente il richiamo alla normativa europea (dettata per la applicazione della tariffa doganale e per altri limitati effetti) alla sola falsa indicazione della stampigliatura “made in Italy”.

Infatti,

“la induzione in inganno di cui all’art. 517 cod. pen. riguarda l’origine, la provenienza o la qualità dell’opera o del prodotto; ma i primi due elementi sono funzionali al terzo che in realtà è il solo fondamentale, posto che il luogo o lo stabilimento in cui il prodotto è confezionato è indifferente alla qualità del prodotto stesso. Del resto, la disciplina generale del marchio non esige che venga pure indicato il luogo di produzione del prodotto”;

ed inoltre:

“dal punto di vista giuridico il marchio non garantisce la qualità del prodotto ma rappresenta solo il collegamento tra un determinato prodotto e l’impresa, non nel senso della materialità della fabbricazione, ma della responsabilità del produttore il quale (…) ne garantisce la qualità, nel senso che è il solo responsabile verso l’acquirente.”

Se questa è la regola (a valere dunque negli innumerevoli casi in cui un’impresa commercializza con il proprio marchio articoli fabbricati da altro produttore),

“A fortiori siffatta regola deve valere allorchè si tratti di lavori su commissione in cui il sub-produttore deve attenersi alle regole tecniche impartite dal committente, perché l’attività del primo resta pacificamente in tal caso puramente materiale ed esecutiva ed il committente è legittimato a contraddistinguere il prodotto con il suo segno distintivo.

E non è richiesto dalla disciplina generale del marchio che venga pure indicato il luogo di fabbricazione perché non è imposto dalla legge e perché non sussiste per l’imprenditore l’obbligo di informare che egli non fabbrica direttamente i prodotti”.

La Corte evidenzia come l’Agenzia delle dogane, nonché il pubblico ministero ed il Tribunale del riesame, abbiano aderito all’interpretazione secondo la quale la normativa recentemente introdotta:

“oltre a precisare il momento consumativo del reato di cui all’art. 517 cod. pen., anticipandolo sin dalla presentazione del prodotto o delle merci in dogana per l’immissione in consumo o in libera pratica, avrebbe anche esteso la portata precettiva che, alla stregua del diritto vivente, aveva l’art. 517 cod. pen., rendendolo applicabile non più soltanto ai falsi o fallaci segni distintivi o indicazioni atte a trarre in inganno sulla origine o provenienza del prodotto da un determinato imprenditore, che si assume la responsabilità dello stesso, ma anche sulle false e fallaci indicazioni atte a trarre in inganno sul luogo di produzione materiale, ed in particolare a far ritenere il consumatore che il prodotto sia stato materialmente fabbricato in Italia.”

A giudizio della Suprema Corte:

“allo stato attuale della legislazione solo in alcuni casi la legge ha attribuito rilevanza al luogo ed ha quindi imposto la specifica indicazione del luogo di origine delle merci e dei prodotti, e ciò lo ha fatto sempre in modo espresso ed in quei casi in cui fattori climatici o ambientali possono avere una incidenza sulla qualità del prodotto (ad es. in tema di denominazioni di origine protetta, o di indicazioni geografiche protette o di etichettatura di alcuni prodotti agroalimentari, e così via). Dal che deriva che una così ampia estensione della fattispecie penale anche a casi che sarebbero palesemente irrilevanti al fine dell’interesse perseguito dalla norma (…) comporterebbe un dubbio di legittimità costituzionale della disposizione sotto il profilo della sua maanifesta irrazionalità e della violazione del principio di offensività. Ne consegue che la soluzione ermeneutica qui seguita deve essere preferita anche per la necessità di dare alla disposizione una necessaria interpretazione adeguatrice.

La Cassazione, oltre ad annullare senza rinvio tanto l’ordinanza impugnata quanto il decreto di convalida del sequestro probatorio, afferma dunque senza mezzi termini che il reato prospettato dal pubblico ministero, non è “allo stato nemmeno astrattamente configurabile”.

Il fatto che, nel caso di specie, l’impresa rumena fosse controllata per oltre il 70% dall’impresa italiana committente non incide minimamente sullo sviluppo logico dell’analisi condotta dalla Suprema Corte, che rimane perfettamente pertinente in relazione a tutte le situazioni in cui un’impresa procede all’importazione di prodotti realizzati da terzi, e dei quali si assume la responsabilità giuridica apponendovi il proprio marchio.

Da ultimo si segnale come correttamente la Corte Suprema non abbia seguito l’argomentazione del Tribunale del riesame secondo la quale l’interpretazione qui censurata troverebbe giustificazione nella ratio della nuova normativa, che sarebbe quella di “promuovere la produzione italiana in ogni suo aspetto e di potenziare il più possibile le “eccellenze” italiane”.

Riconoscere alla normativa in esame una tale finalità comporterebbe seri dubbi in merito alla legittimità della stessa, in relazione ai vincoli derivanti al nostro Paese dall’appartenenza al sistema multilaterale dell’O.M.C.; ci si riferisce in particolare al principio della non discriminazione nel commercio[46], nonché al disposto dell’art. art. 2, b) dell’Accordo sulle regole di origine, che vieta di utilizzare le stesse (e tra le regole di origine  vanno ricomprese, come abbiamo visto in precedenza, anche quelle concernenti i marchi d’origine apposti sui prodotti) quali “strumenti volti a favorire, direttamente o indirettamente, la realizzazione di obiettivi di politica commerciale”.

(d) Le nuove disposizioni introdotte dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35

L’articolo 1[47] del D.L. 14 marzo 2005, n. 35 recante “disposizioni urgenti nell’ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale[48] porta alcune novità anche in materia di origine dei prodotti.

La prima è contenuta nel punto 7[49], che introduce, in capo all’acquirente,  l’onere di accertare la “legittima provenienza” dei beni che intende acquistare, qualora, sulla base di uno dei seguenti indici:

- la qualità dei beni, oppure

- la condizione di chi offre in vendita gli stessi, oppure

- l’entità del loro prezzo

sia possibile ritenere “che siano state violate le norme in  materia di origine e provenienza dei prodotti, ed in materia di proprietà intellettuale”.

La violazione dell’onere suddetto comporta la responsabilità amministrativa  dell’acquirente (qualora non ricorrano gli estremi per la responsabilità penale, ex art. 712 cod. pen.[50]), nonché di chiunque intervenga favorendo la relativa transazione (segnalatori, procacciatori, agenti); la sanzione consiste in una multa, dell’importo massimo di 10.000 Euro.

Il punto 9 dell’art. 1 D.L. 14 marzo 2005, n. 35 prevede poi che la disposizione dell’art. 4, comma 49, della l. 24 dicembre 2003, n. 350 sia integrata con l’inserimento, dopo le parole “fallaci indicazioni di provenienza”, delle parole: “o di origine”; il punto 10 innalza inoltre a ventimila euro (dagli originari 1.032) la multa prevista dall’art. 517 cod. pen.

Passando ad analizzare - con specifico riferimento al tema che qui ci impegna -  la previsione di cui al punto 7, è necesario in primo luogo chiedersi quando si possono ritenere violate “le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti”.

Come abbiamo visto in precedenza, si ha violazione delle norme sull’origine in caso di mancato rispetto dei criteri di attribuzione della stessa contenuti nel Codice Doganale Europeo, o negli accordi conclusi con i vari Paesi (origine preferenziale).

Per quanto riguarda l’indicazione dell’origine eventualmente apposta sul prodotto, allo stato attuale della normativa si può ritenere sussistente la violazione delle norme vigenti qualora il prodotto porti la dicitura “made in …” (o altra equipollente) seguita dall’indicazione di un determinato Paese, e non sia avvenuta in quello stesso Paese “l'ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione[51].

In tema di origine, dunque, l’onere introdotto dal punto 7 dell’art. 1 in capo all’acquirente (e all’intermediario), di accertare la “legittima provenienza” del bene, parrebbe sostanziarsi nel dovere di verificare che l’origine eventualmente apposta sul prodotto (o indicata nei documenti relativi allo stesso) rispetti i criteri previsti dalle norme vigenti per l’attribuzione dell’origine doganale.

In merito alla dicitura apposta sul prodotto, anche in presenza della nuova formulazione dell’art. 4 comma 49 l. 24 dicembre 2003, n. 350 è assai improbabile, per le ragioni già analizzate in precedenza[52], che possa ritenersi legittima l’interpretazione secondo la quale i termini “Italia” o “Italy” contenuti nell’indirizzo dell’impresa importatrice integrino gli estremi di una “fallace indicazione di provenienza o di origine[53].

Per quanto riguarda il riferimento, contenuto nella previsione introdotta dal punto 7, alla violazione delle norme sulla “provenienza”, a quest’ultimo termine possono essere attribuiti tre possibili significati:

(a) può riferirsi agli indicatori di provenienza ammessi a forme di tutela dalla normativa vigente (DOP, IGP, e simili); oppure

(b) alla provenienza del bene da un determinato produttore (art. 517 cod. pen.); oppure

(c) alla provenienza del bene da un determinato Paese; in tal caso il termine sarebbe utilizzato quale sinonimo di “origine”, con la conseguenza che la violazione andrebbe valutata alla stregua delle norme in tema di attribuzione origine doganale, viste sopra.

(e) Le proposte di nuove normative

L’art. 4 della l. 350/2003, al comma 61 prevede, fra le azioni “a sostegno di una campagna promozionale straordinaria” a favore del “made in Italy”, anche“la regolamentazione dell’indicazione di origine o l’istituzione di un apposito marchio a tutela delle merci integralmente prodotte sul territorio italiano o assimilate ai sensi della normativa europea in materia di origine”. Ai sensi del successivo comma 63 “le modalità di regolamentazione delle indicazioni di origine e di istituzione ed uso del marchio di cui al comma 61” sono definite “con regolamento emanato ai sensi dell’art. 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n.400, su proposta del Ministero delle attività produttive, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze, degli affari esteri, delle politiche agricole e forestali e per le politiche comunitarie”.

Già nel 1998 un provvedimento normativo, e precisamente l’art. 7 del d. lgs n. 173, aveva introdotto la previsione di un marchio “identificativo della produzione agroalimentare  nazionale” che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto consistere “in un segno o indicazione per la distinzione nel commercio della produzione agroalimentare nazionale” ed essere “di proprietà del Ministero per le politiche agricole”. La norma rimase senza attuazione, a seguito della censura espressa in una comunicazione della Commissione, in quanto “limitandosi la concessione del marchio in funzione della sola origine o provenienza geografica  sarebbe contrario all’art. 30 del Trattato (…) e configurerebbe una violazione delle norme in tema di concorrenza, in quanto il marchio e il segno di cui trattasi possono favorire i prodotti nazionali a scapito dei prodotti provenienti da altri Stati membri”[54].

Malgrado l’esplicita posizione espressa della Commissione, e malgrado la costante giurisprudenza della Corte analizzata in precedenza, il tema dell’introduzione di un marchio nazionale di proprietà pubblica che contraddistingua le produzioni integralmente italiane non cessa dunque di essere fonte di iniziative a vari livelli, ed è attualmente oggetto di numerose proposte di legge.

9.  Osservazioni conclusive

Come emerge  dall’analisi svolta nei paragrafi che precedono, nell’ambito della normativa attualmente vigente non esiste, per l’importatore italiano, alcun obbligo di indicare sui prodotti importati il Paese di origine degli stessi.

E’ probabile un prossimo intervento in materia da parte delle istituzioni  comunitarie, il quale potrebbe verosimilmente imporre l’obbligo di indicare l’origine  sulle merci in ingresso nel territorio dell’UE;  nelle more, un’eventuale legge nazionale che volesse introdurre – direttamente o indirettamente – l’obbligo di indicare l’origine sui prodotti importati in Italia, si porrebbe in evidente contrasto con la normativa comunitaria attualmente vigente, circostanza che imporrebbe la sua disapplicazione da parte dei giudici italiani.

Allo stato attuale esiste invece, come abbiamo visto, un preciso obbligo giuridico - almeno per chi vende al consumatore privato - di indicare la propria ragione sociale sul prodotto importato e messo in commercio nel territorio dell’Unione Europea.

La pratica delle false indicazioni di origine non sembra derivare da lacune dell’impianto normativo vigente: l’apposizione sul prodotto di un’indicazione falsa circa la sua provenienza è attualmente sanzionata nei vari ordinamenti, anche se sulla base di previsioni non omogenee;  una normativa comune a tutti i paesi dell’UE può razionalizzare il sistema – e questo è senz’altro positivo - ma non può certo garantire che chi oggi appone un falso “made in Italy” domani non apponga un falso “made in EU”. In altri termini, tale misura rischierebbe comunque di rimanere priva di effetti pratici se non fosse accompagnata da un massiccio sforzo di controllo delle merci in ingresso nel territorio dell’Unione.

Per quanto concerne i progetti di nuove normative a tutela delle produzioni italiane, da quanto è stato analizzato nei paragrafi che precedono, possiamo trarre, in sintesi, le seguenti conclusioni:

(1)       l’aspettativa, manifestatasi in molti settori produttivi, di ottenere una regolamentazione nazionale del marchio di origine che richieda – ai fini dell’apposizione del “made in Italy” che la merce sia integralmente prodotta in Italia, è destinata ad andare delusa, in quanto contrasta con le norme del sistema multilaterale dell’O.M.C., prima ancora che con il diritto comunitario: il criterio per l’attribuzione dell’origine non potrebbe essere diverso da quello dell’origine non preferenziale, in virtù del quale , la merce si considera originaria del Paese in cui è avvenuta l'ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione;

(2)       ai sensi della normativa attualmente vigente in ambito europeo, un Ente pubblico può essere titolare di un marchio e concederne l’uso su licenza, a condizione che tale marchio non attribuisca valore qualitativo all’origine della materia prima o del luogo di trasformazione, ma si basi unicamente sulle caratteristiche intrinseche del prodotto, e che la relativa licenza sia accessibile ad ogni produttore comunitario il cui prodotto soddisfi le condizioni oggettive di accessibilità;

(3) coerente con le norme internazionali vigenti sarebbe invece l’imposizione - mediante un provvedimento adottato in ambito comunitario - dell’indicazione dell’origine sui prodotti importati; tale iniziativa sembra inoltre poter incontrare il necessario consenso negli ambienti interessati. Qualora così non fosse, sarebbe auspicabile quantomeno l’adozione di una normativa armonizzata che regolamenti l’apposizione del marchio di origine su base volontaria.

 

(Aprile 2005)



[1] Organizzazione Mondiale del Commercio(spesso indicata con l’acronimo inglese W.T.O., ossia World Trade Organization), creata il primo gennaio del 1995 e il cui obbiettivo è quello di intensificare la liberalizzazione degli scambi.

Prima che l’O.M.C. vedesse la luce l’accordo fondamentale in tema di scambi internazionali era rappresentato dal GATT (General Agreement on Tariffs and Trade). All’inizio del 1990, nel corso dei negoziati dell’Uruguay Round, (1986-1994) si iniziò a ipotizzare la creazione di un’Organizzazione mondiale del commercio; il 15 dicembre 1993 si chiusero i negoziati del Round e quattro mesi dopo, il 15 aprile 1994,  a Marrakesh, 125 Paesi sottoscrissero l’Atto Finale che inglobava e sostituiva il GATT, dando vita all’O.M.C. Il sistema giuridico risultante da tale sottoscrizione comprende trenta accordi internazionali “funzionalmente collegati” che disciplinano in via multilaterale il consenso nei più svariati settori del commercio internazionale (F. Galgano – F. Marrella, Diritto del commercio internazionale, Cedam, Verona, 2004, p. 162.)

Tutti i membri del GATT sono diventati, di diritto, membri fondatori dell’O.M.C. al 1° gennaio 1995 (l’Italia ha ratificato gli accordi con la Legge n. 747 del 29 dicembre 1994); successivamente  a tale data i candidati all’adesione devono seguire la procedura prevista nell’accordo istitutivo (c.d. “accessione”).

Ad oggi i paesi Membri dell’O.M.C. sono 146; per gli aderenti, vige il principio dell’impegno unico: i membri devono accettare senza eccezioni tutti gli accordi multilaterali allegati al trattato (accordi che, come il GATT, contengono le regole vere e proprie del commercio internazionale).

[2] In questo senso: C. Beretta, C. Dordi, Marchi di origine e indicazioni geografiche, in www.lavoce.it

[3] Le prime scaturiscono da accordi di volta in volta negoziati tra la Comunità e un determinato Paese terzo (o gruppo di Paesi), in base ai quali le merci possono ottenere talune agevolazioni (riduzioni o esenzioni daziarie) all’atto della loro importazione. Le regole in materia di origine non preferenziale sono emanate in via autonoma dall’Unione Europea, e incidono sugli scambi con i paesi non legati ad essa da accordi tariffari specifici (Canada, U.S.A., Giappone, ecc.).

[4] Tanto per il regime preferenziale che per quello non preferenziale.

[5] Codice Doganale Europeo, art. 24. La Commissione europea, mediante provvedimenti attuativi, ha fornito elementi e criteri a chiarimento della definizione in oggetto.

[6] Indispensabile per la determinazione dei dazi applicabili alle importazioni.

[7] Il Tariff Act del 1930 stabilisce che su tutti i prodotti importati negli USA o sui loro contenitori deve essere indicato in un punto "visibile" in modo "leggibile, indelebile e permanente" il Paese d'origine del prodotto stesso. Il criterio per l’attribuzione dell’origine  è quello dell’origine non preferenziale.

La dicitura "made in" ovvero "product of" non è necessaria; solo nel caso in cui, sul prodotto o sulla sua confezione appaia il nome di una località diversa dal luogo d'origine e quindi possa profilarsi il rischio di confusione per il consumatore finale, deve essere apposta la dicitura "made in" oppure "product of" o simili varianti, seguita dal nome del vero Paese d'origine; questa dicitura deve essere apposta nelle immediate vicinanze della prima indicazione geografica e con caratteri di dimensione simile.

A fronte di questo complesso di norme esiste un apparato sanzionatorio che le Dogane USA applicano con molto rigore: possono imporre un dazio aggiuntivo del 10% sul valore della merce, rifiutare l’ingresso delle merci non marcate in modo appropriato, obbligare l'importatore alla marcatura d'origine dei beni non marcati, o marcati in modo improprio, e applicare sanzioni pecuniarie.

Le norme USA in materia di origine sono disposizioni doganali, e i controlli in ordine all'origine delle merci importate costituiscono un ambito di competenza prevalentemente riservato al Dipartimento delle Dogane, benché questo non sia l'unico ente statale coinvolto. Si deve infatti ricordare che i prodotti importati, qualora non conformi alle regole di origine, possono incorrere anche nelle misure sanzionatorie previste dal Federal Trade Commission Act che, nella Sezione 5, classifica e proibisce, come pratica sleale e ingannevole, la falsa indicazione d'origine geografica dei prodotti venduti negli USA.

[8] Con l’eccezione di alcune disposizioni specifiche per il settore agricolo.

[9] Ad esempio: Parmigiano Reggiano, Pecorino Sardo, Aceto Balsamico Tradizonale di Modena.

[10] Ad esempio: Bresaola della Valtellina, Limone di Sorrento; Cappero di Pantelleria.

[11] E. Loffredo, Profili giuridici della tutela delle produzioni tipiche, in Riv. Dir. Ind., 2003, n. 2, p. 140.

[12] Ibidem.

[13] Per una completa ricostruzione storica si veda: L. Sordelli, Indicazioni Geografiche e Denominazioni di Origine nella disciplina comunitaria, in Dir. Ind., n. 9/1994, p. 837.

[14] Convenzione di Parigi per la protezione della proprietà industriale del 20 marzo 1883, riveduta da ultimo a Stoccolma il 14 luglio 1967. L'Italia ha ratificato il testo di Stoccolma con la Legge 28.4.1976, nr. 160.

[15] Accordo di Madrid relativo alla repressione delle indicazioni di provenienza false o fallaci del 14 aprile 1891, riveduto a Washington il 2 giugno 1911, a l’Aja il 6 novembre 1925, a Londra il 2 giugno 1934 e a Lisbona il 31 ottobre 1958 (l’Italia ha ratificato il testo di Lisbona con legge 4 luglio 1967, n. 676); un Atto addizionale all’Accordo è stato firmato a Stoccolma il 14 luglio 1967 (l’Italia ha ratificato l’Atto Addizionale con legge 28 aprile 1976, n.424). Il provvedimento italiano di applicazione è il D.P.R. 26.2.68, n. 656.

[16] Non tutti i paesi aderenti alla Convenzione di Parigi hanno aderito anche all’Accordo di Madrid.

[17] Allo stesso modo, il sequestro deve poter essere effettuato anche nel Paese (purché aderente) in cui l'indicazione falsa o fallace é stata apposta.

[18] Riveduto a Stoccolma il 14.7.67; ratificato dall'Italia con L. 28.4.76, n. 424.

[19] Si veda per tutti: S. Sandri, La nuova disciplina della proprietà industriale dopo i Gatt-Trips, Cedam, 1996, pag. 49.

[20] Idem, p. 49.

[21] Regolamento CEE n. 281/92 del Consiglio, 14 luglio 1992, relativo alla protezione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni d’origine dei prodotti agricoli e alimentari, modificato dal Regolamento CEE n. 692/03.

[22] Come quelle previste in materia di Designazioni d’origine degli olii d’oliva, e di organizzazione comune del mercato vitivinicolo, dove vengono definite le regole d’uso di designazioni, denominazioni di vendita, indicazioni geografiche e menzioni tradizionali per i vini. Cfr. E. Loffredo, art. cit., p. 149

[23] Sentenza del 7 novembre 2000, nel procedimento C-312/98. Disponibile sul sito web: //curia.eu.int.

[24] A meno che il soggetto privato non graviti oggettivamente nella sfera di influenza pubblica. Nella causa c-325/00 Commissione c/ Repubblica Federale di Germania una società di diritto privato è stata considerata strumento per l’attuazione di misure pubbliche, sulla base delle seguenti considerazioni: “Il governo tedesco fa valere che le attività della CMA non rientrano nell'ambito di competenza dei pubblici poteri ed esulano quindi dal campo d'applicazione dell'art. 30 del Trattato.

Si deve ricordare in proposito che la CMA, benché sia costituita in forma di società privata,

·    è stata istituita con una legge, l'AbsFondsG, è definita da tale legge come ente economico centrale ed ha, tra gli obiettivi che detta legge le impone, quello di promuovere a livello centrale la commercializzazione e la valorizzazione dei prodotti agroalimentari tedeschi;

·    è tenuta, in forza del suo statuto, approvato originariamente dal ministro federale competente, ad osservare le direttive del fondo, il quale è esso stesso un ente pubblico, e ad orientare inoltre la propria attività, in particolare per quanto concerne l'utilizzo dei propri mezzi finanziari, all'interesse generale del settore agroalimentare tedesco;

·    è finanziata, ai sensi delle norme previste dall'AbsFondsG, mediante contribuzione obbligatoria da parte di tutte le imprese dei settori interessati.

Un tale ente, istituito dalla legge nazionale di uno Stato membro e finanziato mediante un contributo a carico dei produttori, non può, sotto il profilo del diritto comunitario, godere della stessa libertà di cui godono gli stessi produttori o le associazioni di produttori di carattere volontario per quel che riguarda la promozione della produzione nazionale (v., in tal senso, sentenza 13 dicembre 1983, causa 222/82, Apple and Pear Development Council, punto 17). Così, esso è tenuto a rispettare le norme fondamentali del Trattato in ordine alla libera circolazione delle merci quando instaura un regime, aperto a tutte le imprese dei settori interessati, il quale può avere sul commercio intracomunitario effetti analoghi a quelli derivanti da un regime instaurato da pubbliche autorità.

Si deve inoltre rilevare che:

·    il fondo è un ente di diritto pubblico;

·    la CMA è tenuta a rispettare le linee direttrici del fondo;

·    il finanziamento delle attività della CMA, disciplinato da norme di legge, è garantito da risorse che le sono concesse per il tramite del fondo, e

·    il fondo controlla le attività della CMA e la corretta gestione dei finanziamenti che le sono concessi dal fondo.

In tale contesto, va rilevato che la Commissione ha potuto giustamente considerare la disciplina controversa come imputabile allo Stato.

Ne discende che la disciplina controversa dev'essere considerata come una misura pubblica ai sensi dell'art. 30 del Trattato, imputabile allo Stato.”

[25] In precedenza art. 30.

[26] Sent. della Corte del 12 ottobre 1978, causa 13/78, Eggers Sohn et Co. Contro Città di Brema,  punto 25.

[27] E. Loffredo, Profili giuridici della tutela delle produzioni tipiche, in Riv. Dir. Ind., 2003, n. 2, p. 154, nota 45.

[28] Camera dei deputati – Servizio Studi – Progetti di legge; Istituzione del marchio “made in Italy”, A.C. n. 1250, n. 192, XIV Legislatura, 29 maggio 2002, p. 6.

[29] La normativa è stata censurata in quanto considerata misura di effetto equivalente ai sensi dell’allora art. 30 del Trattato CEE.

[30] Cfr.: Commissione Europea, “Marchio di Origine “Made in EU”, Documento di lavoro del 12 dicembre 2003.

[31] Cfr.Idem.

[32] “I benefici potenziali che un tale schema avrebbe, dal punto di vista dei proponenti, sarebbero numerosi. Esso potrebbe, secondo loro, rafforzare il concetto di origine europea come un marchio di distinzione, e incrementare la visibilità dell’EU come mercato unico; esso fornirebbe ai consumatori maggiori informazioni su cosa stanno acquistando; potrebbe inoltre giocare un ruolo nel contrastare frodi a danno del consumatore come quella concernente la vera origine dei prodotti, la quale sta raggiungendo livelli mai raggiunti in precedenza, minacciando gli interessi di molti produttori europei. Da un altro punto di vista, uno schema di marcatura può anche implicare degli svantaggi, in termini di richieste di previsioni aggiuntive per l’apposizione di marchi, costi addizionali per i produttori e gli importatori, implicazioni amministrative e di altra natura per le autorità pubbliche, e ciò nell’incertezza circa il raggiungimento degli obbiettivi auspicati. Una presentazione più dettagliata dei vantaggi ipotizzabili di uno schema di marchio di origine UE, con alcuni degli svantaggi ipotizzabili, si può trovare nella Sezione III del presente documento.”

[33] Traduzione dal francese  a cura dell’A.

[34] Cfr. Cass. pen. Sez. III, 7 luglio 1999, n 2.500.

[35] Traduzione dal francese  a cura dell’A.

[36] Sent. 7/11/98, proc. C-312/98.

[37] Direzione Generale Dipartimento Dogane, Circolare 275/D del 23.10.95.     

[38] “Art. 517 Vendita di prodotti industriali con segni mendaci. Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull’origine,  provenienza o qualità dell’opera o del prodotto, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro.”

[39]  Cass. Pen., Sez. VI sent. 9584 del 5.7.89, ud. 15.6.88, rv. 181767

[40] Come potrebbe essere, ad esempio, la dicitura “Italian design”.

[41] Nel caso di specie l’impresa italiana importatrice aveva appaltato ad un produttore cinese la fabbricazione di una linea di prodotti da lei disegnata e realizzata, e che venivano commercializzati con l’ulteriore marchio consistente nel nome di una nota trasmissione televisiva, in virtù di un regolare contratto di licenza concluso con il titolare dei relativi diritti.

[42] Un esempio di utilizzo legittimo dell’espressione “italian design” potrebbe essere l’esistenza di una licenza concessa da un’impresa italiana. 

[43] “Art. 515 Frode nell’esercizio del commercio. Chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a 2.065 euro. (…)”

[44] Cass. Pen., Sez. VI sent. 3151 del 18.4.73, ud. 2.2.73, rv. 123881: “Il carattere sussidiario della norma di cui all’art. 517 c.p. non vale riguardo all’ipotesi di cui all’art. 515 stesso codice: infatti il reato di frode in commercio e quello di vendita di prodotti industriali con segni mendaci hanno diversa obiettività giuridica, essendo nel primo costituito dalla consegna di aliud pro alio, nel secondo dalla semplice messa in vendita o in circolazione del prodotto, indipendentemente dalla consegna. Conseguentemente, nel caso di effettiva consegna al compratore di un prodotto che era esposto in vendita con segni mendaci, non può parlarsi di un fatto unico, né configurarsi l’ipotesi del reato complesso – la quale si verifica quando un reato, in tutte o in alcune delle ipotesi contemplate nella norma incriminatrice, contiene in sé necessariamente altro reato meno grave – ma si ha invece concorso materiale di reati.”

[45] Cass. Pen. Sez., 2 febbraio 2005, n. 3352.

[46] Cfr. GATT, art. III, che impone ai membri di assicurare l’uguaglianza di trattamento tra i prodotti importati e quelli simili di produzione nazionale.

[47] Dal titolo: Rafforzamento del sistema doganale, lotta alla contraffazione e sostegno all’internazionalizzazione del sistema produttivo.

[48] GU n. 62 del 16 marzo 2005

[49] “Salvo che il fatto costituisca reato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10.000 euro l’acquisto o l’accettazione, senza averne prima accertata la legittima provenienza, a qualsiasi titolo di cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in  materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà intellettuale. La sanzione di cui al presente comma si applica anche a coloro che si adoperano per fare acquistare o ricevere a qualsiasi titolo alcune delle cose suindicate, senza averne prima accertata la legittima provenienza”

[50] Acquisto di cose di sospetta provenenza.

[51] Codice Doganale Europeo, art. 24.

[52] Si veda il paragrafo 8 (b).

[53] I primi commenti della stampa alla modifica introdotta con il punto 9 sembrano mettre in relazione la stessa con l’orientamento interpretativo manifestato dalla Cassazione nella decisione commentata nel paragrafo precedente: “Il provedimento (…) fa un passo ulteriore e prende atto di una recentissima sentenza della Cassazione (la n. 3352 del 2005, commentata sul Sole-24 Ore del 4 febbraio) che aveva stabilito come non commette reato la società che intende commercializzare merce prodotta all’estero con la sola dicitura relativa al nominativo e indirizzo italiano. (…) Ora, per disinnescare la portata potenzialmente eversiva della sentenza, il decreto sulla competitività interviene per chiarire che la portata della tutela del “made in Italy” deve essere allargata sino a tenere conto sia del luogo di produzione dei prodotti (concetto di origine) sia del produttore (concetto di provenienza).” G. Negri, “Falsificazione, giro di vite sui venditori”, Il sole-24 Ore, 16 marzo 2005, n. 74.

[54] Si legge in E. Loffredo, art. cit., p. 153, nota 43.

 

 

 

 

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